Road to Wembley part 1




La notte che non ti aspetti. Quella che nei tuoi sogni più profondi in piena fase REM speri
che si riveli in tutta la sua coinvolgente e fantastica realtà.

Ed è così che mentre dormi vedi quel pallone rotolarti tra i piedi e pensi "Calcia! Calcialo!" e con uno spasmo nervoso calci il nulla delle tue coperte, vedi la rete gonfiarsi, senti l'urlo assordante, sorridi, non ti svegli. Come potresti d'altronde, è tutto così meravigliosamente bello, emozionante, che un eventuale collegamento con la realtà avrebbe lo stesso impatto emotivo di un amore non corrisposto, ma non è questo il caso.



Avevano provato a farci dormire sonni agitati: ricordo di un ragazzetto che doveva andar via, forse deve, anzi sicuramente, trovando scalo nei lidi dei nostri rivali di oggi, quel numero 10 che da sempre rievoca giocatori di un certo livello, quelli che fanno brillare gli occhi e fanno battere cuori. Ma non bastava.
A poche ore dall'inizio del match si inseguivano altri nomi illustri: "no, non può essere vero, ma siamo pazzi? E ora? Io non la gioco una partita così, mi devo svegliare..." e invece no, continui a dormire, vuoi sapere cosa viene dopo, quell'istinto primordiale che anche durante le difficoltà e i dispiaceri ti porta ad andare avanti per vedere cosa ti aspetta al di là di essi.


Ti ritrovi catapultato nello stadio, e che stadio! Quel Westfalenstadion come al solito gremito in ogni ordine di posto. Ti giri e ti rigiri su te stesso riuscendo a scorgere solo un rettangolo giallo-nero macchiato, qua e là, da qualche maglia bianca e uno spicchietto infimo capeggiato da bandiere spagnole.
Distogli lo sguardo, cerchi loro, ed eccola lì la Sud Kurve, la Gelbe Wand, tutti in piedi per 95 minuti, li senti cantare "...Borussia Wir sind immer fur Dich da!", mai parole più sincere.

La partita inizia, a volte sono seduto sugli spalti, a volte mi trovo in campo, poi sono in panchina, guardo l'orologio: "Ma è iniziata ora, che guardi?", la tensione è tanta, soffocante. Vedo il velo di Schmelle, Mario che rientra, il cross sul secondo palo, Lewa che stende la gamba...buio.


Il frastuono è talmente forte da non poter essere catturato da qualsivoglia aggeggio moderno, le mie emozioni sono talmente variegate e molteplici da sentirmi come anestetizzato, avvolto in una bolla di vetro in cui solo io posso trovare diletto, conforto, gioia. Grido quel "Toooooooorrrrr!" infinito tornando a sentire nel momento in cui Nobbi grida allo stadio "...Torschutze der Spieler mit der Nummer 9, ROBERT..." e l'urlo liberatorio che risponde al nome di un ragazzo polacco arrivato tra qualche scetticismo e ora uno dei centravanti più completi e forti del panorama mondiale.

Riguardo l'orologio: "Ancora al nono minuto? Mi stai prendendo in giro?", ed è così che il presunto Gigante arrivato dalla penisola iberica si scuote, colleziona qualche occasione potenziale, e il tuo letto ti sembra una cripta avviluppante dalla quale vorresti scappare.
Le lancette girano veloci, siamo già alla fine del primo tempo, ed eccolo lì, Reus: "Fallo!", no, e poi Mats, dopo una stagione difficile ti combina la frittata e rimani lì, come un pugile suonato a vedere Ronaldo mettere la palla in rete per l'1 a 1. Fine primo tempo.



"Niente pausa?". Mi trovo subito catapultato nel secondo tempo, nemmeno il tempo di una birretta, non sono ancora seduto, mi faccio spazio tra la folla, non devo perdermi nemmeno un istante!
Ilkay fa il diavolo a 8, regia, schermo, qualità, fisico, tecnica, skills, cuore pulsante della nostra mediana, primo propulsore del nostro gioco. Con la mente comando ogni sua singola giocata, ma il ragazzo di Gelsenkirchen va di moto proprio, come un buon muscolo striato involontario che si rispetti.
Attacchiamo dal lato di un certo Coentrao, "quanti soldi si fanno estorcere questi spagnoli...", lì ci concentriamo anche con 3 uomini lasciando scoperta l'altra fascia. La palla carambola al limite, tiro, il cuore cessa di battere, Lewy, controllo, punta...mi trovo catapultato 20 metri più in basso. Abbraccio il primo sconosciuto che incontro: "ha la sciarpa giallo-nera!". I decibel di frastuono, se possibile, sono raddoppiati. Ancora lui, ancora Robert.




Gli avversari sembrano tramortiti, "dobbiamo spingere, senza pieta!" mi ripeto ossessivamente.
Altra azione sulla nostra destra, cross, palla fuori, Marcel ancora..."non tirare!"...tiro...ciabattata..."aspetta è buona!"...Robert...finta..."TIRA!"... . Urlo come fatto poche volte, urlo fino a perdere la voce, le lacrime iniziano a sgorgare copiose inondando le mie guance. Mi sembra di essere in un mondo parallelo, inizio a credere realmente che si tratti di un sogno.



Questo non è sazio, il mio ego è forte, il mio astio pure. Ed è lì che si consuma il rigore e il Poker dell'ex ragazzo prelevato dal Lech Poznan e ora sui taccuini di qualunque allenatore di qualunque squadra facoltosa e dall'assegnino munifico in giro per l'Europa.



Il resto è un susseguirsi confuso di lancette rotanti e immagini velocizzate che portano al fischio finale. Mi trascinano nella "parete gialla", "Deutscher Meister steht auf!" e non importa che a breve non potremo più cantarlo, la vita è ora, la realtà è adesso.
Mi accorgo di non risvegliarmi, non ce n'è bisogno. Era tutto vero! Fagocitato da un mondo a tratti surreale per la sua bellezza avevo creduto di essere protagonista di un sogno, ma mi sbagliavo.
La BVB ha vinto, tutti noi "Dortmunder Jungs" abbiamo vinto. Il progetto di risanamento dopo anni tumultuosi ha raggiunto il suo apice. "SIEG" accompagna la vittoria dei ragazzi giallo-neri.
Ieri lo striscione della Sud Kurve citava: "Der Spieler rennt, das Stadion brennt, Wir sind die Fans, die man in ganz Europa kennt!", è proprio vero, adesso tutti ci conoscono!